ISRAELI OLIVES FROM PALESTINIAN TREES


July 2014

New York, USA


4/4 colors inkjet print

120 x 180 cm

Thanks for the support to Gabriel Specter and Jordan Seiler

The journey to the United States was very useful to observe the dynamics of the world from another perspective. There, it is easy to meet people coming from every corner of the world: if you can't go to areas of the world because they are war zones, you can meet in New York people who come from those lands. And so I spent many days with Palestinians and Iranians. We exchanged opinions about society, as well as sharing our knowledge about the food and the arts.


Among all the communities that inhabit the United States, the Jewish one has intrigued me more than others: the Jewish community of New York is one of the most populous and they manage an enormous financial power, besides being real estate owners without rivals. Even if the community of Williamsburg in Brooklyn is orthodox and keeper of the traditions.


I returned to the United States in 2014, in occasion of an exhibition at the Italian Institute of Culture in New York. It was a good opportunity to immerse myself in Jewish culture and try to make clarity on what happens on the other side of the world, in Palestine. For one month, everyday I went to the Jewish district, observing the landscape and dwellings, I spoke to its inhabitants, the most suspicious I met in my life, I eated their foods, and I collected opinions about the Palestinian conflict.


I was born in South Italy, my grandparents were farmers, so I know the value of the olive tree and the richness that it can give with the fruits and the oil. At that time I was studying the expropriation of the palestinian lands by the Israeli, in particular the destruction of the houses and the eradication of olive trees. I was interested in the legal aspects and the social repercussions.


If in 2013 I went to the United States with an Afghani burqa, the following year I brought with me a Palestinian Kefiah, and I wanted to use it for an intervention in the streets of New York.

So I went to a Jewish supermarket, where you can buy Israeli imported products to take a can of olives. I follow the movement for economic boycott against Israel since long time, and recent reports show how products that are grown or made in occupied territories, they can carry labels with israeli origin codes.


I decided to print a self portrait on advertisement paper, in which I wear the Kefiah and the can of olives is on my head, in order to give importance to it. The title of the work came spontaneously: "Israeli olives from Palestinian trees", and the poster has been installed into an advertisement light box.





Il viaggio negli Stati Uniti è stato molto utile per osservare le dinamiche del mondo da un’altra prospettiva. Se non puoi andare in zone del mondo considerate a rischio, sicuramente puoi incontrare a New York persone che arrivano da quelle terre.


Tra tutte le comunità che abitano gli Stati Uniti, quella ebrea mi ha incuriosito più di tutte: la comunità ebraica di New York è una delle più popolose al mondo; gli ebrei d’America gestiscono un potere finanziario enorme, oltre ad essere proprietari immobiliari senza rivali. Inoltre, basta recarsi nel quartiere Williamsburg a Brooklyn per trovarsi immersi nei loro usi e costumi.


Sono tornato negli Stati Uniti nel 2014, in occasione di un’esposizione presso l’Istituto di Cultura Italiana a New York. Era l’occasione per immergermi totalmente nella cultura ebraica e provare a fare chiarezza su ciò che succede dall’altra parte del mondo, in Palestina. Per un mese, ogni giorno mi sono recato nel quartiere ebraico della città, osservando il paesaggio e le abitazioni, ho parlato con i suoi abitanti, i più diffidenti che ho mai incontrato, ho mangiato i loro cibi, e ho raccolto opinioni su cosa pensassero gli ebrei d’America in merito al conflitto palestinese.


Essendo calabrese, cresciuto con nonni contadini, conosco il valore che può avere l’albero di ulivo e la ricchezza che può dare, in termini di frutti e olio. A quei tempi stavo approfondendo il tema dell’espropriazione delle terre palestinesi ad opera degli israeliani. Mi interessavano gli aspetti giuridici e le ripercussioni sociali. In particolare, la distruzione delle case e lo sradicamento degli ulivi secolari.


Ho portato con me una kefia palestinese e volevo utilizzarla per un intervento da realizzare nelle strade di New York, città in cui è difficile fare arte nello spazio pubblico senza autorizzazione. Ma non importa, perchè nella mia pratica l’osservazione del luogo, la pianificazione dell’intervento e la strategia sono molto importanti, e se tutto è organizzato bene, spesso l’intervento riesce. Ho deciso di collegare il mio intervento all’espropriazione delle terre palestinesi ad opera degli israeliani.


Così mi sono recato in un supermercato ebraico, in cui si vendono prodotti di importazione israeliana, per prendere un barattolo di olive. Seguo da tempo il movimento di boicottaggio economico nei confronti di Israele, e molti prodotti vengono ormai coltivati o realizzati nei territori occupati, ma portano ugualmente etichette e codici di provenienza israeliani.


Ho realizzato un autoscatto che ho stampato su una carta pubblicitaria per inserirlo dentro appositi spazi pubblicitari retro illuminati, che bisogna aprire con una chiave apposita. La stampa raffigura un autoscatto in cui indosso la kefia e sulla testa ho appoggiato il barattolo di olive. Ho voluto dare importanza al barattolo, quindi ho deciso di tenerlo sulla testa, poichè volevo trasmettere l’idea di qualcosa che pesa come un macigno e che bisogna sopportare, senza lasciarsi schiacciare dal suo peso.


Il titolo dell’opera è venuto spontaneamente: “Olive israeliane da uliveti palestinesi”. L’opera è rimasta installata nello spazio pubblicitario per tre giorni, e dopo rimossa.