SOLID FOUNDATION


2013

Bovalino, Italy


240 x 120 x 60 cm

materials: wheelbarrow, bricks



One of the reasons I dedicate most of my research to the Mediterranean area, is to observe analogies between the Countries that overlook the sea. For example there is some analogy in the way of building the houses. I refer to an use common in Calabria and in many other parts of the Mediterranean: people don’t finish to build their houses, leaving them unfinished. The completion of the house is protracted over time, ready to change shape when the family grows. And so, when the daughter marries, then you build a new floor, and then another one again for the second daughter or the granddaughter.


In Calabria I have realized a sculpture by assembling elements of the construction: a wheelbarrow and bricks lying on each other. This artwork, which I have entitled "Solid Foundations", is all conceived on the precarious balance of the bricks, put one on the other, ready to fall disastrously to the ground, like when a house is demolished.


The sculpture intends to reflect upon the unstoppable process of systematic expulsion of Palestinians from their lands and the confiscation of the land by the Israeli government. The unstable balance of bricks, ready to fall down the ground, refer to the demolition of thousands of Palestinian houses. The wheelbarrow, on the other hand, points out the struggle and difficulty of those who don’t give up, and proudly removes debris and build new foundations.





Uno dei motivi per cui dedico gran parte della mia ricerca all’area mediterranea, è per osservare le analogie nel paesaggio degli Stati che si affacciano sul mare. Mi riferisco, in particolare, al modo di costruire le abitazioni. Mi affascina quella prassi in voga in Calabria e in molte altre parti del Mediterraneo, di non terminare le case, lasciandole incompiute. E’ come se il completamento della casa si protraesse nel tempo, accompagnasse la vita della famiglia che la abita, pronta a modificare il suo aspetto a seconda di come cresce il nucleo famigliare. E così, quando la figlia si sposa, allora si costruisce un nuovo piano, e poi un altro ancora.


In Calabria ho realizzato una scultura assemblando elementi propri della costruzione edile: una carriola e dei mattoni adagiati l’uno sull’altro. La condizione abitativa palestinese ha ispirato inconsciamente questo lavoro, poichè è nato dopo mesi in cui passavo giornate intere davanti al computer su google street view. Ho fatto un viaggio metaforico a Gerusalemme, rimanendo seduto davanti allo schermo del computer. Per una volta, viaggiare stando fermi era interessante, aveva un certo fascino.


E così sono andato in giro per Gerusalemme osservando il suo paesaggio. Ho percorso la città in lungo e in largo, cercando di cogliere più particolari e dettagli possibile. Visitare Gerusalemme in maniera irreale e artificiosa, mantenendo una visuale privilegiata dall’alto, è stato utile per mettere a confronto le due parti della città: quella israeliana e quella palestinese.


Le differenze sono così evidenti che appaiono a prima vista: la parte israeliana colpisce per la vegetazione rigogliosa, mentre quella palestinese è caratterizzata da polvere e aridità. Le automobili sono differenti, le insegne parlano lingue diverse, le case sono costruite diversamente. Quelle palestinesi sono simili a quelle presenti nella locride, la mia zona d’origine. Anche il terreno e le alture sono pressochè le medesime di quelle aspromontane.


La scultura, che ho intitolato “Solide fondamenta”, è tutta concepita sull’equilibrio precario dei mattoni, messi l’uno sull’altro, pronti a cadere rovinosamente a terra, come quando una casa viene demolita. La carriola, per contro, indica la fatica di chi non si arrende e costruisce nuove dimore.