THE GOLDEN DARK AGE, ONGOING EVERYWHERE



Testo di Annalisa Pellino, 2018


Il velo produce una lacerazione profondamente inquietante nella nostra organizzazione del visibile non soltanto all’interno della fotografia, dell’immagine materiale, ma anche all’esterno, nel contesto dello spazio pubblico. (B. N. Aboudrar)


L’uso del velo nel mondo arabo è disciplinato da un sistema aniconico che stabilisce una netta separazione tra spazio pubblico e spazio privato. La radice della parola hijab – la tipologia più comune di velo – indica ciò che interdice qualcosa alla vista e, concepito come una cortina che separa il mondo maschile da quello femminile, postula sì uno spazio di separazione, ma allo stesso tempo definisce un campo visivo che indica in absentia ciò che non possiamo vedere. Come ha fatto notare J. L. Nancy, anche nell’etimologia della parola ‘ritratto’ (dal latino trahere), troviamo il senso di ciò che viene negato, tirato fuori da una parte e richiamato alla mente dall’altra: l’immagine prende il posto del soggetto e ne ammette l’assenza, ma più di ogni altra cosa la rende possibile. Dov’è che il soggetto stesso ha la sua verità e la sua effettività? Si chiede il filosofo. E ancora: un ritratto non è anzitutto, e alla fine, un incontro? In un classico gioco di sguardi tra spettatore e soggetto, le immagini di BR1 predicano un’esperienza del visivo di tipo dialogico che si esercita anche da parte delle donne e non solo sulle donne. Nella possibilità di guardare senza esser viste, esse affermano la propria agency, producendo uno spazio di resistenza contro le regole di un regime di visibilità fallocentrico e misogino – ed esageratamente iconofilo nella cultura occidentale . Se da una parte il velo respinge lo sguardo maschile, dall’altra si fa immagine esso stesso e finisce letteralmente col marcare la presenza femminile nello spazio pubblico, contravvenendo alla vulgata che lo vuole strumento di sottomissione anziché di auto-determinanzione. Le donne che indossano volontariamente il velo lo usano infatti come simbolo di appartenenza religiosa o quantomeno culturale. A ben guardare infatti, è proprio l’imposizione di un regime di visibilità basato sulla trasparenza – che nell’era del terrorismo-spettacolo si fa controllo e sorveglianza – che lo mette al centro di una dinamica di sottomissione. Basti pensare a quanto il recente dibattito sull’uso del velo (si pensi al caso del burkini in Francia) abbia assunto toni che riecheggiano le campagne di s-velamento coatto imposto nei territori soggetti a dominio coloniale tra XIX e XX sec e sostenuto persino dalle sorelle femministe . Ciò che emerge da questa antropologia dello sguardo esprime un aspetto specifico della ricerca sul concetto di confine, fisico e mentale, che l’artista conduce da vari anni, considerando il velo come una sineddoche, capace di sussumere simbolicamente la complessità culturale di un’intera area geografica – di cui l’occidente si è costruito un’immagine spuria, facendone una sorta di sè complementare in cui trovare rincalzo e seduzione. Oggetto sociale e performativo, semanticamente ambiguo e politicamente controverso, il velo interviene nell’orizzonte visivo funzionando dunque come dispositivo, in quanto disciplina il rapporto tra sapere e potere e il processo di soggettivazione che in esso si inscrive attraverso l’habitus. Nei ritratti di BR1 alcune donne ci osservano e lo fanno da uno spiraglio, come se stessero sbirciando da uno spioncino. I loro volti sono schermati da un drappo dorato. Mentre riconosciamo nella coperta isotermica l’epitome del nostro tempo che quasi non necessita di commento, nessuna idea possibile di possesso ci viene offerta in quanto spettatori. Bastano pochi dettagli per comporre la messa in scena di una vestizione laica che, nell’interrogare lo stereotipo, lo rovescia. Il soggetto non è altro che ciò che emerge dalla piega o dall’incrinatura del dispositivo ed è proprio questa feritoia che colpisce più di ogni altra cosa la nostra attenzione. Chi è lei? Nessuno. Cosa sappiamo o siamo in grado di vedere? Niente. Nient’altro che il nostro esser visti e giudicati, perché è l’immagine che ci ri-guarda.




Text written by Annalisa Pellino, 2018


The veil produces a deeply disturbing laceration in our organization of the visible, not only within the photograph as a material image, but also outside, in the context of public space. (B. N. Aboudrar)


The use of veil in arab world is regulate by an aniconic system which establishes a rigid separation between private and public spheres. The root of the word hijab – the most common type of veil – suggests the sense of what precludes the sight of something and, conceived as a kind of curtain which divides male and female worlds, it affirms a space of separation, but at the same time it defines a visual field which indicates in absentia what we cannot see. As J. L. Nancy pointed out, in the etymology of the word ‘portrait’ (from the latin trahere), we also found the sense of what is denied, drawn out on one side and recalled to mind on the other: the image takes the place of the subject and permits its absence, but more than anything else makes it possible. Where the subject has its own truth and effectiveness? The philosopher wonders. And yet: isn’t a portrait primarily, and at the end, an encounter? With a well-known exchange of glances between the spectator and its subject, BR1’s portraits suggest a dialogic experience of the visible allowed not only toward women but also by the women. In the possibility of looking without being seen, they affirm their own agency and produce a space of resistance against the rules of a phallocentric and misogynous regime of visibility – extremely iconophile in western world . If from one hand the veil acts as a device which turns down the male gaze, on the other it becomes image itself, emphasizing the feminine presence in public space and breaking the general accepted idea of the veil as nothing more than an instrument of submission, rather than of self-empowerment. Women which consciously wear it, use it as a symbol religious or cultural belonging. Indeed it is precisely the imposition of a regime of visibility based on transparency – which in the era of ‘terror-spectacle’ becomes control and surveillance – which uses it as a tool of submission. Let’s think how the debate on the veil (on the burkini in France for example) echoes the forced un-veiling campaigns of women in colonized countries between XIX e XX sec, supported even by feminist sisters . What arises from this anthropology of the gaze highlights a peculiar aspect of the artist’s research focused on the concept of border, both physical and mental, which considers the veil as a synecdoche able to symbolically subsume the complexity of an entire geographic area – of which the west has built a spurious image, making it a sort of complementary Self where to find relief and seduction. Social and performative object, semantically ambiguous and politically controversial, the veil intervenes in our visual horizon functioning as a device, as it disciplines the relationship between knowledge and the process of subjectivation inscribed in it through the habitus. In BR1’s portraits some women look at us through a crack, as if they were peering through a peep-hole. Their faces are shielded by a golden cloth. While the isothermic blanket epitomizes our time and it doesn’t need commentary, no possible idea of ownership is offered to us as spectators. Just a few details are enough to compose the mise en scène of a secular dressing that, in questioning the stereotype, reverses it. The subject is none other than what appears through the fold or rift of the device and it is precisely this loophole that affects our attention more than anything else. Who is she? Nobody. What do we know or are able to see? Anything. Nothing more than our being seen and judged, because is the image that looks back on us.